Ironia della morte

La macchina della morte, Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki !, ed. Guanda, pag 533, euro 19

Almeno sapere di che morte dobbiamo morire! È da quando l’uomo è uomo che fa a botte con questa idea: da quando ha acquistato coscienza della morte, differenziandosi dagli animali, quindi appunto da quando è uomo. La conoscenza dei fatti futuri, e in particolare di quel fatto, da un lato attrae, dall’altro spaventa. Può paralizzarti la vita, o incasinartela, anche perché spesso è una conoscenza incompleta, ambigua. I greci e i latini su questo ci hanno costruito un’intera letteratura: ibis et redibis non morieris in bello (in italiano suonerebbe “andrai e tornerai mai morirai in battaglia”) è il famigerato responso della Sibilla che, a seconda se la virgola la metti prima o dopo il “mai”, significa salvezza o morte; e non a caso “sibillino” è passato nell’uso comune. Per non parlare degli oracoli della Pizia, con Edipo e i genitori, per dirne una, che fanno di tutto per stare lontani, e finisce come sappiamo.

Data l’immensità, la monumentalità dei precedenti, a nessuno sarebbe venuto in mente di tornare a misurarsi con quell’idea. Tranne che, ovviamente, a tre giovanotti americani, i quali come si sa hanno sprezzo del ridicolo e un rapporto molto più sciolto con la cultura classica. Di qui un intero progetto, solo al termine del quale è arrivato il librone oggi pubblicato da Guanda: La macchina della morte, sottotitolo Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki ! (così, con lo spazio e poi il punto esclamativo, mah). L’ingranaggio è stato messo in moto da una striscia di fumetti, addirittura: s’immaginava un racconto in cui appunto una macchina ti preleva il sangue e poi sputa fuori la sentenza, con poche e determinate caratteristiche. Subito incominciarono ad arrivare le ipotesi dei lettori, al che i curatori esplicitamente invitarono tutti a mandare racconti, tenendo come vincoli le tre semplici caratteristiche: uno, sul foglietto c’è il solo responso, di poche parole, né data né altro; due, è volutamente ambiguo (ironia della morte: se ti esce “vecchiaia” sei felice e tranquillo, ma il giorno dopo vieni ucciso da un vecchio); tre, la macchina non sbaglia mai.

Sono trenta racconti (tra i seicento e oltre arrivati) più quattro dei curatori, brevi e morbosamente intriganti. Veramente ce n’è per tutti i gusti, dall’horror alla fantascienza al noir, dal giallo all’umoristico al tragico. Alcuni caratteri comuni: spesso il protagonista non muore, il racconto cioè non inquadra il momento della morte, ma a volte quello della scoperta, a volte semplicemente la vita quotidiana (si fa per dire) di chi sa. Indagate spesso sono le figure tipiche che ruotano attorno alla macchina: il custode che consegna i foglietti ai clienti, il direttore marketing che deve inventarsi una campagna di lancio del prodotto, in ben tre casi i racconti si concentrano sugli inventori. Altre volte invece l’ambientazione è post-apocalittica, in un mondo dove, decenni dopo la scoperta della macchina, il test è obbligatorio alla nascita e la popolazione è divisa in caste a seconda dei risultati. Spesso, com’è naturale, le narrazioni si concentrano sulle implicazioni logiche: siccome la macchina non sbaglia, anche se sai come muori non puoi fare niente per evitarlo, sicché spesso finisci per provocarlo; è la vecchia terribile storia della profezia che si auto-avvera, ben esemplificata dal caso di quelli a cui esce “suicidio”, e che subito dopo averlo letto iniziano a incupirsi, a cercare cause di depressione, fino ad ammazzarsi ben presto. In questo ambito un fulminante capolavoro è il racconto che porta il titolo (e che non va molto oltre il titolo, ora capirete perché) HIV contratto tramite ago di Macchina della Morte.

Pur se a volte la tentazione, quasi la necessità, connaturata al racconto breve, di piazzare il finale a sorpresa, rende alcuni pezzi incomprensibili, nella maggior parte dei casi è divertimento puro. O terrore puro. Ma non solo: “Il test fa sembrare la morte più vicina, più normale. Siamo tornati a renderci conto che è ovunque, intorno a noi, in continuazione”, dice un personaggio. In effetti lo sconvolgimento che una macchina del genere porterebbe nella realtà, perfettamente plausibile anche se completamente illogico, ci porta a riflettere a contrario sul fatto che, anche se non sappiamo il come, abbiamo la certezza del se: siamo tutti moribondi, c’è poco da fare, e l’angoscia che ci prende nel rifletterci su dimostra che la morte è la Grande Rimossa della nostra civiltà.

Per cui va bene, non lo leggiamo tutto in una volta perché è lungo (533 pagine) e l’inevitabile ripetitività nuocerebbe agli ultimi racconti, che invece non mancano di riservare qualche variazione inattesa (come quello esplicitamente intitolato Niente, o quello che ipotizza che a un certo punto la macchina si sia messa a sputare, ogni tanto, previsioni complete di data esatta, creando così una sottocasta di disperati intoccabili). Teniamolo lì, e andiamo a piluccare una storia ogni tanto. In modo che la prossima volta che qualcuno ci dice “ricordati che devi morire”, potremo rispondere meglio di Troisi: “Aspe’, mo’ me lo leggo”.

(Una versione ridotta di questo articolo è uscita oggi sul Mattino di Napoli)

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