Le parole per darla: “sfigato”

C’è una parola che si aggira per la politica italiana. Ehi un attimo, direte voi, mo’ ti metti a parlare anche di politica? Hai detto che questo è un blog monotematico, o quasi. Hai promesso letteratura, giornalismo, musica e poco altro. Sì è vero. Ma a parte che l’argomento mi sta a cuore, ne ho già scritto, e penso che la questione femminile sia da non lasciare solo alle femministe, né solo alle femmine. Poi: qui non si parla di politica, si parla di parole, e quindi non siamo affatto off topic.

La parola è “sfigato”. Già il fatto che sia nel linguaggio comune da una trentina d’anni fa e che venga ora sbandierata nel discorso pubblico, produce un effetto comicamente anacronistico, come se uno per far vedere di essere gggiovane si mettesse a raccontare battute di Drive in. Ma vabbè. Sull’uso politico di “sfigato” ha scritto ieri, al solito magistralmente, Filippo Ceccarelli su Repubblica:

C’è una parola che purtroppo fiorisce sempre più spesso sulla labbra dei potenti, un termine odioso che discrimina e si accanisce contro le altrui condizioni con un eccesso di superba crudeltà: «sfigato», «sfigati». Prima il sottosegretario Martone sui laureati ritardatari, poi l’onorevole Stracquadanio su chi guadagna 500 euro e adesso il «Celeste» Formigoni che ha designato «sfigati» quei giornalisti del Corriere della Sera che a differenza di lui non conoscerebbero la gioia delle vacanze in gruppo. Ora, è ovvio che la «sfiga», cioè la jella, non c’entra nulla. C’entra una pretesa inferiorità fatta pesare come definitiva; e un po’ c’entra anche il cinismo disperato di chi non riesce più a riconoscere l’altro nemmeno in se stesso. Sta di fatto che nel passaggio non solo lessicale da «poveri Cristi» a «sfigati» si misura la carità dei tempi.

Magistrale, ma anche magistralmente fuori fuoco sul punto centrale della questione. Vero, è termine “odioso”, “discrimina”,  “si accanisce con crudeltà”. Ma nei confronti di chi? Dei poveri cristi, solo di loro? L’Italia intera si è sollevata contro Martone, ma nessuno o quasi ha portato il ragionamento alle sue conseguenze. Ecco, forse farlo è necessario proprio perché il peggior razzismo è quello di cui non ci accorgiamo.

Alla lettera la parola “sfigato”, che Ceccarelli come tutti liquida quale sinonimo di “jellato”, non vuol dire “senza (s- privativo) fortuna”, ma “senza figa”. La “figa”, o in alcune varianti regionali “fica”, è termine volgare ma ormai anch’esso super-sdoganato per indicare l’organo sessuale femminile. Lo sfigato quindi è, sarebbe, colui il quale non ha, non possiede la figa. Alla lettera, tutti gli esseri umani di sesso maschile sono sfigati: perché senza figa, perché non hanno con sé, non sono dotati di figa, o fica.

Ma naturalmente, siamo davanti a una figura retorica, nella fattispecie a quel tipo di sineddoche che indica la parte per il tutto. Esempi classici: i senza tetto (=casa), la fuga dei cervelli (=persone intelligenti). Attenzione però alle trappole, perché indicare la parte per il tutto può contenere degli intenti o comunque degli effetti discriminatori, nel caso in cui la parte nominata non sia neutra: “il panzone” o “la culona” non sono certo complimenti; e in alcuni casi l’appellativo diventa addirittura nome d’uso comune, anzi prevalente: il barbone, per dire. O la figa.

Vieni a ballare al discopub stasera?, dice il ragazzo all’amico. Risposta: dipende, c’è figa? Non credo ci sia bisogno di argomentare sul fatto che possa essere riduttivo, offensivo, discriminatorio identificare una donna – tutte le donne – con il proprio organo genitale. E quindi con la propria funzione esclusivamente, oggettivamente sessuale. Già, perché poi lo scopo, il motivo per cui dev’esserci figa, non è mica ammirarla. No, è averla, possederla: perché se non hai la figa, se non la fai tua, se non la possiedi, che sei? Un buono a nulla, un emarginato. Uno sfigato, appunto.

Sfigato: un concentrato in purezza di machismo anni ’80 e maschilismo patriarcale. Vogliamo fare la prova del nove? Prendiamo il corrispettivo maschile: scazzato. Come l’analogo “sfavato” o, spostandoci di qualche centimetro, “scoglionato”, significa annoiato, senza forza né voglia di pensare o fare alcunché. Si conferma così quanto dicono le donne di noi maschietti, che l’organo con il quale ragioniamo, che ci fa prendere decisioni e passare all’azione non è propriamente quello racchiuso all’interno della scatola cranica.

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7 commenti on “Le parole per darla: “sfigato””

  1. Paolo1984 ha detto:

    interessante scoprire l’origine delle parole, a patto che non diventi una specie di tribunale del politically correct linguistico (che a mio modesto avviso non serve a nulla)

    • Dario De Marco ha detto:

      uhm. paolo, anche io non vado pazzo per il politically correct, ma l’alternativa qual è? il politicamente scorretto sbandierato con orgoglio? il dito medio di bossi e le barzellette su rosy bindi? se l’alternativa è questa, meglio eccedere in prudenza. e poi,questo non è un tribunale, ma solo un post per riflettere,come dici tu, sull’origine di una parola che usiamo. perché le parole sono importanti, sono una delle poche cose su cui abbiamo potere

      • Paolo1984 ha detto:

        no aspetta dipende dai contesti. Bossi e Berlusconi sono uomini politici, non sono persone comuni o artisti “trasgressivi”, hanno degli obblighi precisi, non possono permettersi certe frasi e certi comportamenti in pubblico quindi è giusto riprenderli. Il politicamente scorretto che apprezzo è una cosa molto diversa anzi opposta agli esempi che hai fatto, è quello del cinema, delle serie-tv, dell’arte in generale, dei Griffin, di South Park, dei Boondocks. Io volevo solo mettere in guardia: mettere al bando parole come “sfigato” “figa” o “figo” “figata” “scazzato” “cazzata” ecc.secondo me non serve oltre ad essere impossibile e ingiusto (perchè bisogna guardare al contesto in cui le parole vengono pronunciate), so che tu non hai ipotizzato niente del genere ma ci tenevo a ribadirlo.

      • Dario De Marco ha detto:

        ma allora siamo d’accordo! non ne dubitavo: una scoreggia di cartman li seppellirà.
        penso però che la differenza non sia tanto tra chi può permettersi un certo linguaggio (artisti e persone comuni) e chi no (politici). chiaramente qui non si vuole mettere al bando – non ne ho l’autorità e anche se l’avessi non la userei – ma mettere in guardia: la differenza è appunto nella consapevolezza, nel conoscere il significato e le implicazioni di una parola nel momento in cui la si usa. per farla breve: parlare senza sapere quel che cazzo si dice è ‘na roba da sfigati

  2. Diana Nuzzo ha detto:

    Sì che l’uso di una parte per il tutto sia spesso a nostro (delle donne) svantaggio per lo meno nei paesi latini – o in quelli in cui la lingua ha un genere molto marcato (penso alla neutralità dell’inglese, che non può essere solo un caso) – è vero. Mi viene in mente il caso contrario: figo/figa vuol dire appunto bello/bella nel senso non necessariamente e solo estetico ma anche di interessante.
    Ciò detto approvo – e infatti ho condiviso su FB – il tuo post non come tribunale, perché secondo me non è affatto questo e si capisce bene – ma come necessità di porre l’attenzione sul significato di quello che si dice. Non è poi necessario smettere di usare le parole, ma certo essere consapevoli è l’unico modo per scegliere. Anche di continuare.

    • Dario De Marco ha detto:

      grazie, è proprio quello che intendevo dire nel commento di prima. colgo l’occasione per dire a tutti quelli che leggono questo post (e vedo che sono già un bel po’), di condividere questo post se lo trovano utile: nelle forme e nei modi che vogliono, come sempre in questi casi non è per farmi pubblicità

  3. Lightdivining ha detto:

    Grazie di averci ricordato questa abitudine linguistica e il suo significato. Alla parola sfigato, nel linguaggio della politica, si accompagnano da tempo altri termini da bar: si comincia con “bamboccioni”, si va avanti con “sfigati”, passando per “mammoni”. Ora, un politico può anche usare questo linguaggio quando è appunto al bar con i suoi amici ma la nostra classe dirigente ricorre a queste parole nella sua veste pubblica per definire con incredibile superficialità delle fette dell’elettorato, ovvero quei cittadini che è chiamato a rappresentare, che è pagato per rappresentare. Si tratta di parole sprezzanti che danno ancora una volta l’idea di quanto questi soggetti siano lontani da noi e dai problemi di chi non vive nel loro mondo dorato. I medi alzati, i vaffanculo, le battute sessiste che fioccano continuamente, completano questo quadro desolante. Io ho sempre e rigorosamente votato, tappandomi il naso ma adesso sono davvero stanca. Devono scomparire tutti. Mi fanno vergognare, anche quel Bertinotti che apprezzavo tanto e che rimane attaccato come una sanguisuga ai suoi osceni privilegi da ex presidente della camera.


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