By looking at its cover

(l’incipit della mia rubrica Caravan, su Blow Up del mese di aprile)

You can’t judge one by looking at the other (Willie Dixon)

Una cosa è una cosa è una cosa è una cosa. Un’altra è un’altra è un’altra è un’altra. Trattasi della base su cui si fonda la nostra civiltà, la nostra logica. È il principio di non contraddizione, quello per cui A è uguale ad A, ed è diverso da B. Questo principio è messo in discussione dall’esistenza della cover. Che cos’è una cover? È una cosa (l’originale coverizzato) o un’altra (la versione interpretata)? O per caso tutte e due? E ancora: di chi è la canzone? La stessa Wikipedia, che tanto ci tiene alla precisione e ti cazzéa e cassa se non citi le fonti, nel presentare il brano da cui è tratta la citazione e il titolo, confonde ancor più le acque: “You Can’t Judge a Book by the Cover is a 1962 song by rock and roll pioneer Bo Diddley. Written by Willie Dixon…”. Cioè, un pezzo di Bo Diddley, però scritto da Willie Dixon. Vabbè, ma qui stiamo scadendo nella filosofia spicciola, e proprio in un momento in cui anche gli spiccioli sono preziosi. Mentre io volevo parlarvi, se non s’era capito, di cover.

La cover, che nel jazz è standard, nella musica classica esecuzione, e nella musica etnica furto. Le varianti sono infinite: c’è la cover omaggio (quasi tutte le versioni di Garota de Ipanema) e la cover oltraggio (quasi tutte le versioni di ‘O sole mio), la cover per assimilazione, che ribadisce un’indentità, e la cover per contrasto, che mira a sorprendere. C’è la cover-wannabe dell’artista sconosciuto che tenta di legittimarsi con una bellezza presa in prestito, e la cover-Mida, dell’artista famoso che benedice con condiscendenza e tenta di tramutare in oro il gruppo clandestino; c’è la cover decostruzionista che rende irriconoscibile il tema originario, e l’auto-cover di riappropriazione (Paolo Conte che fa “Azzurro di Celentano”). Per non parlare dei gruppi che fanno solo cover e di un solo artista (tribute band), degli album-mostre coverizzati in toto (Dark side of the moon incredibilmente ne conta più d’una), degli artisti che per sempre o a tratti fanno interi album di soli standard (mr. Jarrett, u there?). Più interessante è chi mischia le carte, chi confonde le idee, proprie e degli ascoltatori, chi si astiene dall’una purezza (“Io solo brano originali, tsk”) come dall’altra (“Io comporre? Per carità, di fronte a questi giganti…”). Insomma chi mescola cover e no, tentando di fare un discorso unitario. Perciò con questa Caravan non viaggeremo nello spazio ma nel tempo, rimbalzando tra i dischi e le epoche musicali. In quattro uscite recenti faremo una specie di percorso, un’ascesa perché partiamo da chi di cover ne fa solo una a chi riempie mezzo disco. Giudicheremo l’uno guardando all’altro, alla lettera.

Tappe principali
Andy Sheppard, Trio Libero, Ecm
Paolo Bernardi, Fahrenheit project, Dodicilune
Giovanni Ceccarelli, Météore, Bonsai
Arlo Bigazzi, Alabastro Euforico, Materiali Sonori

(… continua in edicola)

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