Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

(Articolo uscito il 6 gennaio 2012 sul Mattino di Napoli)

McSweeney's, Donne e uomini, Mondadori 2011, pag 164, euro 18

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? La domanda ci perseguita da secoli, da molto prima che Raymond Carver ci intitolasse un suo racconto, e relativo libro, di gran fama e successo. Ora, trattandosi qui di una raccolta di short stories, il riferimento al padre del minimalismo parrebbe azzeccato, quasi obbligato. Senonché siamo proprio agli antipodi, almeno a considerare il nume tutelare del libro: Donne e uomini (e altre storie d’amore) è infatti una selezione di racconti tratti da vari numeri di McSweeney’s, rivista ideata (accanto a mille altre follie, come una scuola di scrittura creativa per bambini di strada) da Dave Eggers. E quel formidabile genio di Dave Eggers è stato uno degli scrittori che, come David Foster Wallace e Zadie Smith, a partire dagli anni ’90 hanno riportato il pendolo della letteratura Usa dal lato opposto a quello del minimalismo, sicché qualcuno ha parlato di massimalismo.

Ma comunque, qui Eggers è solo un’ombra che incombe, non scrive. Scrivono tredici collaboratori di McSweeney’s, ed è una bella insalata mista, perché si va dalle superstar come l’irlandese Roddy Doyle (sì, quello dei Commitments) o la decana statunitense Joyce Carol Oates, passando per trentenni già affermati e tradotti come Judy Budnitz (sua la strepitosa raccolta L’odore afrodisiaco del cloro, uscita nel 2009 da Alet, aspettiamo il romanzo), fino a giovani promesse ancora inedite in Italia (e sono la maggioranza). Anche il tema è declinato nelle forme più varie. C’è l’amore adolescenziale solo vagheggiato e quello che passa per una torrida iniziazione omosessuale, c’è il tradimento dovuto a consunzione del matrimonio e la rottura il giorno stesso delle nozze, c’è il sesso insegnato da un genitore che ne sa poco e il desiderio sublimato in attrazione per l’avventura estrema, c’è la storia tra freak e la violenza di gruppo. Infine, altrettanto disparati sono stili e lunghezze: si va dalle due alle trenta pagine, dal surreale più spinto al mini hard boiled. Tutti però hanno qualcosa di strano, di inatteso, di magico: come solo un racconto può avere, anzi deve.

Per esempio, prendiamo “Con amore, dalla frontiera” di Emily Anderson. La protagonista è pronta a partire per il selvaggio west, e allora pensiamo che è un racconto storico. Ma poi ci dice che per comprare un tiro di buoi ha venduto la sua vecchia Ford, e a quel punto immaginiamo una specie di sfida o di reality tipo isola dei famosi. Però poi vediamo che veramente lungo il tragitto alcune compagne della carovana muoiono di colera, e veramente i soldati che incontrano hanno fucili antichi e dormono su pagliericci: a questo punto siamo kappaò, perché non capiamo se è una realtà parallela, o un presente alternativo, o cosa. Il dubbio rimane, mentre la storia va avanti, e anche il carro, che arrivato in California prosegue per l’Alaska.

Si vabbè, ma insomma: si può sapere che cos’è questo amore di cui andiamo cianciando da millenni? Non crediate che il libro sfugga alla domanda, e se la cavi con il solito trucco postmoderno dell’opera aperta, che a pensarci somiglia tanto al vecchio tormentone guzzantiano “la risposta è dentro di te, epperò è sbagliata!”. E non crediate neppure che la risposta arrivi alla fine, o sia nascosta nel mezzo come in un labirinto di Borges. No no, la risposta arriva subito, nel primo folgorante pezzo, di Tom Lombardi, in cui la protagonista incontra un orso che parla, e le rivela che secondo lui il suo ragazzo non l’ama. «Lois volle credere che l’orso conoscesse le risposte a tutto. “Cos’è l’amore?” gli chiese. “Intendo, secondo te?”. “La domanda ha una risposta molto semplice”. “Quale?”. L’orso alzò le spalle».

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Torno a scuola

Una cosa che non avevo detto, a proposito del mini tour di presentazioni di questi giorni (oggi Roma, Libri Come, sala piena e grandi interventi di La Porta e Pascale, grazie! casomai poi ne scrivo e/o metto qualche foto) è che tra una cosa e l’altra stamattina ho un incontro in una scuola, il De Nicola a Napoli. Pensavo: non è un incontro pubblico, nel senso che è riservato agli studenti, quindi non lo pubblicizzo. Poi però mi è venuto in mente che mi piacerebbe fare qualcosa di interattivo con i ragazzi e le ragazze, non la solita cosa pallosa dello scrittore che va a farsi pubblicità. E che la cosa poteva, dopo l’incontro, coivolgere anche il blog. Non so ancora precisamente cosa succederà oggi, e cosa succederà in seguito. Spero qualcosa, vedremo.

Update delle 13.30 – L’incontro è andato benissimo, scuola ospitale, preside gentilissimo, presentazione lusinghiera delle professoresse, ma soprattutto ragazzi fantastici. Hanno accettato volentieri, e non era per niente scontato, di partecipare al mio esperimento di scrittura “di getto”. Mi hanno fermato per ore alla fine dell’incontro. Se mi manderanno qualcosa che hanno scritto o scriveranno, la pubblicherò sul blog, magari in un’apposita sezione. Guagliù, vi aspetto.


Oh Christa!

“Tra le tante vie della scrittura, quella autobiografica è al tempo stesso la più facile e la più complicata. Diventa semplice per certi versi perché l´autore si muove all´interno del racconto come un pesce che nuota nell´acqua. Tutto gli è noto, ha già confidenza con ogni cosa, nulla deve (né può) essere inventato. Forse, per buona pace di tutti, al massimo vanno cambiati alcuni nomi di persone o di luoghi. Ma si crea, attingendo da un bagaglio già pronto. Fin qui l´aspetto della leggerezza. La scrittura autobiografica, però, è anche la più difficile e complessa perché, per riuscire davvero, deve diventare una narrazione che ti fa fare i conti con te stesso. Il più delle volte significa che deve farti male. Che deve essere faticosa, dolorosa, colpirti fin nei reni e nel midollo. Deve marciare passo passo con le crisi, non solo con gli inevitabili momenti di crisi della scrittura, ma anche con quelle della personalità, con i dubbi su di te che arrivano al cuore stesso dell´autocoscienza. E infine, ma non è l´aspetto meno importante, la scrittura autobiografica mette l´autore davanti a quell´ultima barriera e intima protezione che può concedersi o che invece può aver scelto di far cadere davanti ai suoi lettori, denudandosi completamente. Il fatto che alla fine ci sia sempre qualcuno che osi varcare quella soglia spiega tra l´altro quella singolare riserva di innocenza che, al momento in cui decide di pubblicare il libro, spinge l´autore o l´autrice a sperare di essere accolto dal “miracolo” della comprensione”.

Così Christa Wolf. Poi lei questo discorso generale lo usa come introduzione per parlare di Günter Grass e della confessione del suo giovanile nazismo. Ma la cosa, una delle cose, che ti fa adorare un grande scrittore è la capacità di tirare fuori, in dieci righe pulite, un groviglio che ti ribolle dentro e non sai come spiegare. Questo per dire che da quando Non siamo mai abbastanza è uscito mi trovo a dover discutere di autobiografia, di come ho messo in piazza i fatti miei (e degli altri, pardon), di come in sostanza abbia avuto gioco facile a non inventarmi niente. E siccome nei prossimi giorni torno a presentare in pubblico il libro, magari questo passo può tornarmi utile per avere qualcosa di intelligente da dire, contrariamente al solito. Quasi quasi me lo stampo. Maro’, così però pare che mi sono voluto paragonare a Grass. Ciao Günter, so che mi leggi, tu sai che non mi permetterei mai, vero?


E che c’entra l’8 marzo?

(Questa è una storia che gira su internet, in inglese. E gira talmente tanto che non sono riuscito a capire chi l’ha ideata in origine. Non che sia fondamentale, ma penso sia giusto citare chi ha scritto una cosa notevole. Io l’ho solo tradotta alla bell’e meglio, e un po’ adattata. Sì ma che c’entra l’8 marzo?)

Uomo: Buongiorno, devo denunciare una rapina che ho subito.

Agente: Una rapina, eh? Mi dia un documento. E dove sarebbe avvenuta, questa rapina?

Uomo: Ero a via Roma, a un certo punto da un vicoletto è spuntato fuori un tizio con una pistola e mi ha urlato di dargli tutti i soldi che avevo.

Agente: E lei? Cosa ha fatto?

Uomo: Be’, ho fatto come mi diceva.

Agente: Quindi lei, di sua spontanea volontà, gli ha dato i suoi soldi, senza reagire. E non ha neanche chiamato aiuto, né ha tentato di scappare?

Uomo: Ah, no, cioè… ma ero terrorizzato. Pensavo che mi avrebbe ucciso!

Agente: Mmmm… ma in pratica ha fatto esattamente quello che lui le diceva. E qui, dalle informazioni che risultano facendo una rapida ricerca con il suo nome, vedo che lei è un noto benefattore, giusto?

Uomo: Be’, ogni tanto dò dei soldi in beneficenza.

Agente: In pratica a lei piace regalare i suoi soldi agli sconosciuti. Lei ama darli via, i suoi soldi. Ne ha fatto uno stile di vita.

Uomo: Scusi ma tutto questo che c’entra, con quello che ho subito?

Agente: Glielo dico io. Lei stava camminando per via Roma, di sera, con i suoi vestiti costosi in bella mostra. In più lei è noto in città per essere ricco, e disponibile a regalare i suoi averi. Infine non ha respinto la richiesta. Vuole sapere come la penso io? Penso che lei abbia dato volontariamente dei soldi a qualcuno, e in seguito se ne sia pentito. Ci rifletta per bene: vuole davvero proseguire nella denuncia, rischiando di rovinare la vita di una persona innocente a causa di un suo capriccio?

Uomo: Ma… è ridicolo! E’ uno scherzo vero?

Agente: No, è una similitudine. Con lo stupro. Questo è precisamente quanto le donne si trovano ad affrontare ogni volta che tentano di denunciare i loro violentatori.

Uomo: Ma vaffanculo al maschilismo!

Agente: Esatto.

(Se siete rimasti colpiti anche voi come me, condividete questa cosa. Non me ne frega niente di farmi pubblicità: copiaincollatela sui vostri blog, mettetela su facebook, ritraducetela a piacere. Basta che giri, basta che aumenti un briciolo la consapevolezza in una società che si crede avanzata e al riparo da discriminazioni, e invece)


Giornalismo senza giornali. Per un’analisi cafonamente capitalista del mercato editoriale prossimo venturo

In un recente articolo Riccardo Luna profetizza l’avvento di un giornalismo in cui i giornali non esistono più e a pagare i singoli giornalisti sono direttamente i lettori. Il succo è: i giornali stanno per scomparire, il dubbio non è sul se ma sul quando; il giornalismo invece no – Luna non propugna il dominio assoluto del citizen journalism – nel senso che ci sarà sempre qualcuno specializzato nel “cercare notizie, verificare le fonti, riscrivere per un pubblico”; l’esempio che Luna cita, e che indica la strada, è quello di Claudia Vago alias @tigella, grande esperta e twittatrice di rivoluzioni arabe, che ha chiesto “alla rete” di finanziarle la partecipazione live a Occupy Chicago, e ha raggiunto la quota, in soli 10 giorni.

La prospettiva, e soprattutto la chiosa di Luna (“questo mestiere sta davvero cambiando in maniera radicale. E se facciamo i giornalisti dobbiamo sbrigarci a capirlo. Se invece siete solo lettori, beh, preparatevi a finanziare il reportage del vostro inviato preferito”) mi hanno messo una certa angoscia; ma non perché dubito delle capacità e dei meriti di Tigella, anzi la ammiro e un po’ la invidio. Non riuscendo a dare una forma razionale alle mie perplessità, me ne sono stato zitto. Ma quello che mi inquietava l’ho capito qualche giorno più tardi, leggendo un post di Loredana Lipperini. Si parla di due blogger pagate da una multinazionale per fare le inviate a Sanremo. La Lipperini giustamente s’incacchia, ma anche e soprattutto perché le due appartengono alla categoria delle mamme blogger, cioè “potenzialmente, una forza in grado di esercitare pressioni non indifferenti” e che invece sta finendo per diventare veicolo pubblicitario dei grandi gruppi.

Presa di per sé, è la solita storia delle forze rivoluzionarie che il sistema non combatte frontalmente ma neutralizza assorbendole, inglobandole: if you can’t beat ‘em feed ‘em, come dicono a Casapesenna. Ma accostata alla visione di Luna (e generalizzando: d’ora in poi non parliamo più di Tigella e delle due mommyblogger) disegna un modello perfettamente coerente di giornalismo futuro, e perfettamente parallelo all’organizzazione attuale. Oggi: i giornali mettono insieme tot articoli prodotti da singoli giornalisti, confezionano un prodotto unico, e da un lato lo vendono ai singoli lettori, dall’altro offrono spazi pubblicitari; due fonti di sostentamento, vendite e pubblicità, più o meno 50 e 50. Domani: i singoli giornalisti producono articoli che vendono ai singoli lettori, oppure producono articoli in contesti visibili sponsorizzati da qualche marchio, oppure un po’ e un po’; anche qui allora, due fonti di sostentamento, vendite e pubblicità, più o meno 50 e 50. Appunto: giornalismo senza giornali. Di qui la mia perplessità, a dirla tutta angoscia.

Dice ma scusa, qual è il problema? Se il modello futuro è la copia semplificata di quello attuale, vorrà dire che ci sono meno attori in scena, saltano gli intermediari, ma il meccanismo è lo stesso: non c’è da stracciarsi le vesti, la logica è quella. Secondo me no: secondo me è un modello non sostenibile, anche dando per scontati i postulati su cui si fonda il capitalismo, anzi proprio in base a quella ideologia economica. Facciamo finta per una volta di non aver nulla da dire sui principi neoliberisti, su legge di domanda/offerta, organizzazione aziendale e simili. Anzi, facciamoli nostri.

È un modello non sostenibile per i giornalisti, che verrebbero decimati più di quanto già sono. D’altra parte anche questo sarebbe naturale: come ha detto altrove lo stesso Luna, quando c’è un avanzamento tecnologico in un settore quel settore ha bisogno di meno personale e quindi espelle addetti. Ma come avverrebbe questa durissima selezione? In base al merito? Certo, l’autofinanziamento in rete premia le migliori idee. Ma chi se lo può permettere? Chi è già stranoto può lanciare una sottoscrizione online – ma anche offline se è per questo – ed essere sicuro del successo (allo stesso modo in cui Fabio Volo può permettersi di pubblicare il suo prossimo libro senza la mediazione di un editore tradizionale, mentre se lo faccio io vendo tre copie).

Dice ma il caso di Tigella (e mutatis mutandis quello di Amanda Hocking nell’editoria) stanno lì a dimostrare il contrario: che non devi essere per forza una star, puoi anche partire da zero, e diventare una webstar o una twitstar. Appunto, sempre di star si tratta: quanto replicabili sono questi casi? Possiamo portarli a esempio o non sono piuttosto ammirevoli eccezioni? Uno su mille ce la fa. Per cui, ci aspetta un giornalismo fatto da élite, da far rimpiangere l’epoca mitica dei grandi (e pochissimi) inviati di guerra. Oppure continuerà a scrivere un’altra tipologia di giornalisti: quelli che non hanno l’assillo della pagnotta, un giornalismo di facoltosi dilettanti, fatto da chi si può permettere di lavorare in perdita perché ricco di famiglia. Proprio un progresso, già.

Il tutto, considerando solo la prima forma di reddito, quella “pura” (vendita) e non la seconda (pubblicità). Al netto cioè degli scrupoli etici sul diventare o meno megafoni delle multinazionali. (Che poi, se una Monsanto vi finanziasse un liveblogging da Occupy Chicago o dalla notte degli Oscar, cosa che oggi neanche i giornali più grandi fanno, voi rifiutereste senza pensarci un attimo? Io non lo so, no).

Dice vabbe’, ma tu sei un giornalista e parli così perché hai paura di perdere il posto. A parte che l’ho già perso, il “posto”, non è questo il punto. Il punto è capire: come funziona un giornale? Perché esiste? Un giornale funziona come una specie di camera di compensazione, è uno stabilizzatore, in vari modi: sia orizzontale che verticale. Verticale: rispetto al lavoro quotidiano del giornalista. Se un giorno non porto a casa il pezzo – il che può accadere per una serie infinita di motivi: una fonte che non parla, un’inchiesta difficile che si conclude con un nulla di fatto, la celeb che intervisto che mi spacca il registratore e se lo mangia, la notizia che semplicemente non c’è – se non chiudo il pezzo non è che a fine mese quel giorno mi viene detratto dallo stipendio, e questo mi dà la serenità per mettermi a fare, domani, un’altra inchiesta e magari portarla a buon fine.

Orizzontale: rispetto all’organizzazione aziendale e alla vecchia cara divisione dei compiti. Un giornale è una macchina che sfrutta numerosi apporti, giornalistici e non giornalistici: cronisti desk opinionisti fotografi grafici ufficiostampa pubblicità marketing promozione segreteria. Fare a meno di questo soggetto intermediario vuol dire creare singoli giornalisti multifunzione, obbligarli ad attività che via via si fanno più lontane dal suo core business (oops, m’è scappato). Cosa ci perderemo pretendendo che tutti i giornalisti siano bravi a fare anche altro? Magari che ne so, Terzani o Bocca, cronisti superlativi, da p.r. imbranati avrebbero avuto difficoltà ad autopromuoversi online. Perché bisogna farlo. E affermare che basta mettere in rete un reportage esclusivo e strepitoso per diventare automaticamente degni di fama e stima, è talmente ingenuo che non possono sostenerlo in buona fede proprio quelli che si presentano come i più scafati sulle logiche del web.

Quindi: zero giornali, meno giornalisti, informazione più povera. Dice ma quando mai, il problema di oggi non è che c’è poca informazione, casomai troppa. Ammettiamo che sia vero, ammettiamo (ma quante cose stiamo ammettendo?) che la quantità di informazione e il valore di una testata che chiude siano rimpiazzati e sopravanzati dai 10 blog, 50 tumblr, 500 twitter account che si sono aperti nel frattempo. Il problema è proprio quello: la parcellizzazione, la polverizzazione dell’informazione.

È un modello non sostenibile anche, specialmente per i lettori (fruitori, utenti, pubblico, popolo, cittadini, gente). Certo la fruizione mediatica del giornale unico – soprattutto per come sono diventati i grandi gruppi editoriali attuali, che ti fidelizzano e ti danno tutto dal quotidiano al settimanale femminile al mensile alla collana di romanzi alla filosofia ai cd – è un po’ rigida, quasi stalinista: un unico contenitore che propone un pacchetto con una visione del mondo incorporata. Non la rimpiangeremo. Ma cosa sta per arrivare? Una frammentazione estrema: quanti possono seguirla? Chi può permettersi di stare tutto il giorno tra social network, siti e blog per comporsi da sé il puzzle del mondo? Una dieta mediatica fatta di decine di fonti, una ricerca affannosa e continua di notizie, approfondimenti, commenti, foto, video, barzellette. Certo non chi lavora: né chi lavora in strada, né chi lavora davanti a un pc e per tre minuti all’ora guarda di straforo facebook (se non è disabilitato dall’azienda). Ma neanche il giornalista, che se sta tutto il giorno ad assorbire i pezzi degli altri, quando produce i propri?

E non è solo una questione di tempo, o di buona volontà (pure richiesta in dosi massicce), ma anche di opportunità di base: chi per una serie di coincidenze si trova avvantaggiato, nell’abilità di navigare e nella conoscenza degli approdi, ne saprà sempre di più; chi è rimasto un po’ indietro sarà sempre più spaventato dalla mole di informazioni non filtrate, e facilmente lascerà perdere rimettendosi a giocare su Farmville. Ecco il vero digital divide. Non quello dell’hardware, tra chi ha la banda larga e chi i segnali di fumo. Ma quello del software, tra chi ha tempo/voglia/conoscenze per raccogliere le informazioni disperse nella rete, e chi no; tra chi (pochi) espande geometricamente la propria cultura e chi (tanti) la vede rimpicciolire sempre più, anzi non la vede, non se ne accorge.

Il discorso fatto fin qui per il giornalismo (senza giornali) vale cambiando i termini e adattando le situazioni per l’editoria (senza editori): anche lì sta succedendo la stessa cosa, l’intermediario si avvia a scomparire. Di questo, e non solo, ha scritto Christian Raimo in un pezzo il cui titolo questo mio post omaggia e plagia.

Tutto questo porta, per dirla con un’espressione retorica, a un deficit di democrazia. Minore informazione diffusa, minore cultura accessibile alle masse = maggiore controllo, maggiore manipolabilità. Ehi ma, a pensarci bene, non è proprio questo che vogliono? Mi correggo allora: per il sistema dominante il modello futuro non solo è sostenibile, ma è totalmente funzionale. Ideale.

Postilla contrita. Vi prego ditemi che sto sbagliando, ditemi dove. Io non sono pessimista e conservatore, penso che non ha senso cercare di fermare il flusso, meglio capire dove si dirige e incanalarlo. Bisogna pensare positivo. Bisogna essere assolutamente moderni. Questa frase mi gira in testa un sacco ultimamente. Essere assolutamente moderni. Francesco Piccolo ha detto che la sinistra contemporanea è retriva, si oppone guardacaso sempre a tutto ciò che è nuovo, è come sua zia, o come Jonathan Franzen che odia gli ebook; un pezzo che ha fatto scalpore con la sua tesi inaudita. Essere assolutamente moderni. Io voglio esserlo. Non sia mai che qualcuno pensi che sono come la zia di Piccolo, o peggio ancora come quel babbasone di Frenzen. Essere assolutamente moderni. Ma chi l’ha detto? Rimbaud, già. Ma io mi ricordavo un altro pezzo, di questa frase. Gira e rigira, l’ho trovato. È Milan Kundera, in un capitolo de L’immortalità: fa tutto un ragionamento partendo da Rimbaud. E alla fine tira la sua conclusione. Volete sapere qual è? Eccola. Essere assolutamente moderni significa essere gli spiritosi alleati dei propri becchini. Tie’.


Jennifer Egan, un Pulitzer a Napoli

(Pezzo uscito ieri sul Mattino, qui in versione integrale)

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, minimum fax 2011, pag. 350, euro 18

C’è un piccolo pezzo di Napoli nel grande romanzo americano di questi anni. Il romanzo si chiama Il tempo è un bastardo, è valso a Jennifer Egan il premio Pulitzer 2011 per la narrativa, e a vari mesi dall’uscita italiana (editore minimum fax) sta facendo ancora parlare di sé: qualche giorno fa lo scrittore Sandro Veronesi lo sosteneva pubblicamente su Twitter (“Lo dico ancora: è un grandissimo romanzo. Leggetelo. Io non ci guadagno niente”); l’autrice sarà in Italia dall”8 all’11 marzo. Il pezzo di Napoli è in un capitolo completamente ambientato tra le rovine di Pompei, i panorami del Vomero e soprattutto il misterioso buio dei vicoli: è la Napoli di fine anni ’80 – ma tanto simile a quella attuale, come se finito il “rinascimento” fossimo tornati al punto di partenza – con un centro storico degradato e poco ospitale, percorso da “giovani sfaccendati, non pulitissimi e vagamente minacciosi che gironzolavano per quella città in cui la disoccupazione era al 33%, membri di una generazione defraudata che si aggiravano intorno ai palazzi decrepiti dove i loro antenati quattrocenteschi avevano vissuto nello sfarzo, che si bucavano sui gradini di chiese nelle cui cripte quegli stessi antenati ora giacevano, in minuscole bare accatastate come legna da ardere”.

Questo passaggio partenopeo è tanto più notevole nell’economia del libro in quanto rappresenta un’eccezione: l’azione si svolge quasi tutta tra la California e New York. Dal punto di vista dello spazio Il tempo è un bastardo è abbastanza monotematico, mentre funambolico e spettacolare è il modo in cui è trattato, manco a dirlo, il tempo (a proposito, una volta tanto la scelta di cambiare titolo nella traduzione si dimostra azzeccatissima, e anzi meglio dell’originale A visit from the goon squad – la squadraccia). “Il tempo è un bastardo” è una frase che dice uno dei tanti personaggi sconfitti, quando dopo vent’anni si guarda indietro e si chiede quando esattamente ha perso il controllo e la sua vita è diventata solo una serie di reazioni a catena che l’hanno portato al fallimento. Ma più che altro, a essere bastarda col tempo, a confondere gli anni, o meglio i lettori, è stata Jennifer Egan: il romanzo infatti si presenta più come una serie di episodi, in cui ricorrono gli stessi personaggi (in certi capitoli protagonisti, in altri marginali, e viceversa), e soprattutto che sono sparsi a macchia di leopardo nel corso degli anni; il primo episodio è quasi contemporaneo, il secondo è del 2006, il terzo degli anni ’70, il quarto a cavallo degli ’80…

Ma sempre negli States, tranne due casi: un safari in Africa e, appunto, una fuga a Napoli. L’accostamento farebbe pensare a una visione esotica della nostra città, a un’accozzaglia di luoghi comuni. Tanto più che la Egan non appartiene al filone degli oriundi, i nipoti di emigranti che scrivono di Italia per ritrovare le radici, come John Fante o più recentemente Salvatore Scibona. Lei stessa confessa: “Sono stata a Napoli con mio marito in vacanza per una settimana circa. È insolito per me collocare una storia in un posto dove mi sono fermata per così poco, ma pensai che sarebbe stato possibile mentre ero ancora lì: Napoli era così grandiosamente moribonda, e il contrasto tra l’antico splendore e l’attuale degrado così acuto”. Ecco allora, sembra proprio il filone turistico, l’ammeregana che viene qualche giorno e se ne torna piena di stereotipi: i napoletani “che sembravano tutti grassi” e si facevano il bagno nell’acqua sozza di via Partenope, “l’onnipresente pallone”, i giovani vomeresi tutti in Vespa. (Eppure, non sono proprio i violenti contrasti che tutti noi amiamo e odiamo in questa città?)

Alla fine, però, tutti i pregiudizi sono ribaltati proprio dalla trama. Perché quella che sfila il portafoglio dalla tasca del turista è proprio l’americanissima protagonista dell’episodio. E il ricettatore a cui lo va a vendere? Si chiama Lars, è svedese.


E’ morto Lucio Dalla e io non ho niente da dire

Oggi il mio amico Gabriele ha postato su facebook questa foto. Solo la foto, e una data.

Napoli, 26 marzo 1991. Ero insieme a lui e a un altro compagno del ginnasio, fu il mio primo concerto, il loro non lo so. Palapartenope, nu burdell’e pazz’. Della musica non ricordo niente, se non paradossalmente uno dei due miniconcerti di supporto, un chitarrista acustico velocissimo che avevano messo a suonare su una pedana sospesa a 10 metri d’altezza, chissà perché. Ricordo che uscimmo e non sapevamo come tornare a casa, eravamo scesi in pullman e non c’eravamo preoccupati del ritorno, beati noi. Non c’erano i cellulari, non avevamo monete per un telefono pubblico: vagammo per Fuorigrotta finché all’altro, Pietro, venne il colpo di genio: mia zia abita vicino al San Paolo! Andammo davanti allo stadio, citofonammo senza scuorno all’una di notte, Pietro salì e chiamò per farci venire a prendere. Quando scese noi mortificati: Ma tua zia stava dormendo? Nooo quando mai, stava stirando. E’ chiaro che oggi piango e rimpiango i miei 16 anni, non altro. Come quasi tutti, temo.