Younis Tawfik: straniero a chi?

(Articolo uscito il 22 gennaio 2012 sul Mattino di Napoli)

Younis Tawfik è uno scrittore italiano. Sì vabbe’, e io sono Napoleone. Già, italiano: perché è vero che è nato in Iraq e ci è rimasto fino a ventidue anni. Ma vive in Italia ormai dal ’79, si è laureato in letteratura italiana. E soprattutto: scrive in italiano. Questo è un fatto insolito per noi, storicamente popolo di emigranti e solo di recente terra di immigrazione: è il fenomeno dei migrant writers, che altre nazioni conoscono bene per cause storiche (il colonialismo), economiche, o di egemonia culturale (pensate all’irlandese Beckett o al ceco Milan Kundera che a un certo punto si sono messi a scrivere in francese). Da una decina d’anni la truppa dei nostri scrittori migranti s’è infoltita: ora va per la maggiore Nicolai Lilin, il ceceno-siberiano che sforna un libro all’anno, ma c’è l’iraniano Hamid Ziarati, l’albanese Ornela Vorpsi, e molti altri. Di questa schiera Tawfik è capofila, dato che il suo esordio, La straniera, risale al ’99 ed è stato, come si dice, un successo di pubblico e critica. Ora esce La sposa ripudiata, sempre per Bompiani.

Younis Tawfik spesso racconta che ha imparato l’italiano per avere il piacere di leggere la Divina Commedia in originale. Questo spiega molto del suo stile. Che è comunque uno stile strano: aver imparato se pur da studioso una lingua in età adulta, non è la stessa cosa che praticarla dalla nascita. Si sente un tocco alieno, una lieve sfasatura, per esempio dice: “era un giorno di metà novembre, oscuro”. Niente di sgrammaticato, ma niente che un madrelingua direbbe: eppure questo invece che infastidire, è il fascino della sua scrittura. Che risente anche della tradizione letteraria araba, eminentemente poetica: frequenti sono gli innesti di versi, sia da poesie classiche, sia da canzoni. Ma la lirica gioca anche un ruolo indiretto, e più pervasivo, nella prosa di Tawfik: quasi una prosa poetica, piena com’è di similitudini (“il silenzio l’assediava come branchi di bestie affamate”, ecco Dante) e passaggi intimisti.

Ibrido lo stile, ibrido e migrante anche il contenuto. Come spesso nei suoi romanzi al centro della trama c’è una storia d’amore, e vista dal lato femminile; come spesso la straniera non viene dall’Iraq ma dall’altro estremo del mondo arabo, il Marocco. La sposa del titolo, appena ripudiata dal marito, è in ospedale e sta partorendo. Ogni capitolo segue brevemente il travaglio e poi apre un lungo flashback. Si parte dall’infanzia marocchina, in un contesto più arcaico che bigotto, con il padre che si ubriaca e picchia moglie e figlie perché non riesce ad avere un maschio. Si vola in Italia sulle ali di un amore che presto si trasforma in un inferno di incomprensioni familiari, ostacoli di lingua e di temperatura, solitudine.

Poi la svolta: il marito, che si era convertito all’islam solo per accontentare i familiari della sposa, prende a frequentare la moschea, e in seguito le frange più estremiste, fino ad allontanarsi dalla moglie e diventare pedina di un gioco più grande. L’immigrazione, l’integrazione, la religione, il velo, il fondamentalismo, il terrorismo: tanti i temi di stringente attualità, quasi tutti, forse troppi. Ma è questa la realtà che viviamo. E per raccontarcela ci voleva uno straniero. Pardon, un italiano.

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