Toti Scialoja, il poeta è un giocatore

Questo è un post che volevo scrivere da un sacco di tempo. (Lo faccio oggi che è la giornata mondiale della poesia, va’). Perché è da un sacco di tempo che sto leggendo questo libro, e non l’ho ancora finito. Non che sia particolarmente lungo, 250 pagine sì e no. O che sia particolarmente difficile, anzi. È che, quando l’avrò finito, avrò finito di leggere Toti Scialoja. E per me sarà un giorno molto triste, più di quando è morto, nel 1998, che a stento sapevo chi era.

Toti Scialoja è vittima di almeno tre equivoci.

1. Innanzitutto, siccome oltre a scrivere poesie è stato anche artista, la vulgata corrente vuole che sia stato notevole come pittore e tutto sommato trascurabile come letterato. Invece è il contrario: almeno a quello che mi dicono alcuni esperti d’arte, il suo apporto figurativo non fu granché originale; mentre nei versi, e questo è un mio parere, giganteggia.

Contro te, povero verme
le lagnanze sono eterne

2. Poi, è passato alla storia come poeta per bambini, quindi minore. A parte il fatto: ma che avete da dire contro i bambini? Che tra l’altro sono i critici letterari più severi, perché non fanno finta: se una storia o una filastrocca non funzionano, non si fanno prendere e basta. Ma poi, per bambini perché? Perché le sue poesie sono brevi? Allora anche M’illumino d’immenso: una sciocchezzuola. Perché parlano di animali? Allora pure Esopo e Orwell: scrittori per l’infanzia. Perché sono in rima? Allora da Dante a Caproni, tutti minori. Perché fanno ridere? Suvvia, siamo seri! La verità è che questi spassosissimi animali che cucinano, fumano e chiacchierano, sono noi e non sono noi, sono una metafora e un mondo magico: ci fanno perdere e poi ritrovare, e poi tornare a perdere, e non è esattamente questo che chiediamo alla poesia, alla lettura?

Ovunque il guardo io giro
vedo il tuo sonno, o ghiro!

Addirittura ci sarebbe una cesura netta nella produzione di Scialoja, un doppio binario poesia per bambini / poesia per adulti, sancito ufficialmente dal fatto che i due filoni confluiscono in due distinte raccolte, come due operae omniae: questa Versi del senso perso (1961-1985) e Poesie 1979-1998 (Garzanti, con prefazione di Giovanni Raboni). Ora, al di là della parziale sovrapposizione cronologica, l’idea che Scialoja scrive filastrocche per l’infanzia fino a un certo punto, e poi rinsavisce e si mette a poetare seriamente, è una favola mal riuscita, di quelle a cui non crederebbe neanche un bambino, appunto. Alla prova dei fatti non c’è soluzione di continuità fra una poesia dell’ultima raccolta per l’infanzia e la prima “normale”: non a caso una si chiama Tre lievi levrieri e l’altra Scarse serpi. Anzi, sfido a riconoscere la provenienza tra questa

La tristizia il nevischio il solstizio d’inverno
nel buio natalizio sono sempre di turno
quando cespi di vischio sono appesi all’inferno
e scherza senza rischio la dama col liocorno
o tristizia o nevischio o solstizio d’inverno

e questa

All’ombra dei cipressi
sulle sponde di Cipro
il cancello d’ingresso
viene sprangato al vespro.

Oltre gli addii reciproci
e tornare sui passi
che potranno proporci
i cippi – i corvi bassi?

Con ciò non voglio dire che lo stile di Scialoja sia rimasto sempre uguale. Anzi. Ma c’è un’evoluzione costante e graduale, che se poi si prendono i due estremi appare come una traversata oceanica (è il percorso di una vita: voi siete gli stessi di trent’anni fa?). Ecco l’epigrammaticità della prima raccolta

Se busso
la lepre
che m’apre
mi copre
di baci
la punta
del naso
mi dice

mi piaci
per puro caso”

Qui invece il respiro amplissimo degli anni ’90, una sorta di esametro ispirato – a detta dello stesso poeta – a una traduzione di Omero fatta da Pascoli. Versi lunghissimi che sfondano il muro dell’endecasillabo, quattordici quindici anche sedici sillabe

Stremati giungemmo al guado e in fila attraversammo il fiume
l’acqua ci arrivava al petto così finalmente prendemmo
riposo mentre andavamo così si scioglieva l’infamia
spinti e sorretti dall’acqua qualcuno tranquillo reggendo
per le corna la capra scarmigliata che al suo fianco annaspa

Il fuoco ancora a qualcuno era negli occhi ma il dolore
si era alleggerito! Sparso con una parità inattesa
in ogni parte dell’acqua che allentava i colpi del cuore
per tutti il peso totale del dolore era uguale al peso
del liquido che la parte immersa della capra sposta

3. Infine, lo stigma: poeta del nonsense. Avallato da lui stesso, che intitola la raccolta totale Versi del senso perso (ma sarebbe curioso sapere quanto ci sia di suo – anche se le assonanze sono tipicamente scialojane – e quanto di scelta editoriale, dato che i singoli libri hanno titoli come Una vespa! Che spavento e Ghiro ghiro tonto). In realtà Scialoja sapeva che le parole sono fatte di lettere, di suoni, di altre parole, e che con tutte queste cose ci si può giocare, anzi ci si deve – non a caso l’edizione che ho io, uscita nel 2009 dopo penosi anni di fuori catalogo, è in una collana diretta da Stefano Bartezzaghi (e con una dotta e divertita prefazione di Paolo Mauri). Nonsense, poi. Ma una cosa così, la prima della prima raccolta, è mancanza di senso o metafisica pura?

Topo topo
senza scopo
dopo te cosa vien dopo?

Dall’altro lato, la poesia è musica, “musica sovra ogni cosa!”, e quindi melodia, timbro, suono – di qui le assonanze, che in Scialoja funzionano ancora meglio se lette ad alta voce – e anche ritmo, perciò rima, alla faccia del succitato Verlaine.

Vive a Zara anzi vi langue
la zanzara senza zeta
non si azzarda a succhiar sangue
ma nient’altro la disseta

Poi ci sono le citazioni (“La lepre ha il più crudele dei musi…”) e qui ditemi se anche il postmoderno è una roba da bambini.

T’amo, o pio bue!
anzi, ne amo due

Ancora un esempio, dove intrecci di assonanze, ritmo lento e senso di tristezza, raggiungono la vetta.

Stanca stasera cala la starna
sopra la panca scruta la Marna
poco starnazza, molto starnuta
la strana scarna starna canuta

Ma secondo me il vero capolavoro è un altro, quello che in due versi raccoglie tutta la poetica di Toti Scialoja: la musica, gli animali, il senso che si torce su se stesso ma alla fine esce più limpido di prima, il bere, l’angoscia esistenziale.

Quando il sorcio
beve un sorso
di fernet
si contorce
dal rimorso
d’esser me

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