Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

(Articolo uscito il 6 gennaio 2012 sul Mattino di Napoli)

McSweeney's, Donne e uomini, Mondadori 2011, pag 164, euro 18

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? La domanda ci perseguita da secoli, da molto prima che Raymond Carver ci intitolasse un suo racconto, e relativo libro, di gran fama e successo. Ora, trattandosi qui di una raccolta di short stories, il riferimento al padre del minimalismo parrebbe azzeccato, quasi obbligato. Senonché siamo proprio agli antipodi, almeno a considerare il nume tutelare del libro: Donne e uomini (e altre storie d’amore) è infatti una selezione di racconti tratti da vari numeri di McSweeney’s, rivista ideata (accanto a mille altre follie, come una scuola di scrittura creativa per bambini di strada) da Dave Eggers. E quel formidabile genio di Dave Eggers è stato uno degli scrittori che, come David Foster Wallace e Zadie Smith, a partire dagli anni ’90 hanno riportato il pendolo della letteratura Usa dal lato opposto a quello del minimalismo, sicché qualcuno ha parlato di massimalismo.

Ma comunque, qui Eggers è solo un’ombra che incombe, non scrive. Scrivono tredici collaboratori di McSweeney’s, ed è una bella insalata mista, perché si va dalle superstar come l’irlandese Roddy Doyle (sì, quello dei Commitments) o la decana statunitense Joyce Carol Oates, passando per trentenni già affermati e tradotti come Judy Budnitz (sua la strepitosa raccolta L’odore afrodisiaco del cloro, uscita nel 2009 da Alet, aspettiamo il romanzo), fino a giovani promesse ancora inedite in Italia (e sono la maggioranza). Anche il tema è declinato nelle forme più varie. C’è l’amore adolescenziale solo vagheggiato e quello che passa per una torrida iniziazione omosessuale, c’è il tradimento dovuto a consunzione del matrimonio e la rottura il giorno stesso delle nozze, c’è il sesso insegnato da un genitore che ne sa poco e il desiderio sublimato in attrazione per l’avventura estrema, c’è la storia tra freak e la violenza di gruppo. Infine, altrettanto disparati sono stili e lunghezze: si va dalle due alle trenta pagine, dal surreale più spinto al mini hard boiled. Tutti però hanno qualcosa di strano, di inatteso, di magico: come solo un racconto può avere, anzi deve.

Per esempio, prendiamo “Con amore, dalla frontiera” di Emily Anderson. La protagonista è pronta a partire per il selvaggio west, e allora pensiamo che è un racconto storico. Ma poi ci dice che per comprare un tiro di buoi ha venduto la sua vecchia Ford, e a quel punto immaginiamo una specie di sfida o di reality tipo isola dei famosi. Però poi vediamo che veramente lungo il tragitto alcune compagne della carovana muoiono di colera, e veramente i soldati che incontrano hanno fucili antichi e dormono su pagliericci: a questo punto siamo kappaò, perché non capiamo se è una realtà parallela, o un presente alternativo, o cosa. Il dubbio rimane, mentre la storia va avanti, e anche il carro, che arrivato in California prosegue per l’Alaska.

Si vabbè, ma insomma: si può sapere che cos’è questo amore di cui andiamo cianciando da millenni? Non crediate che il libro sfugga alla domanda, e se la cavi con il solito trucco postmoderno dell’opera aperta, che a pensarci somiglia tanto al vecchio tormentone guzzantiano “la risposta è dentro di te, epperò è sbagliata!”. E non crediate neppure che la risposta arrivi alla fine, o sia nascosta nel mezzo come in un labirinto di Borges. No no, la risposta arriva subito, nel primo folgorante pezzo, di Tom Lombardi, in cui la protagonista incontra un orso che parla, e le rivela che secondo lui il suo ragazzo non l’ama. «Lois volle credere che l’orso conoscesse le risposte a tutto. “Cos’è l’amore?” gli chiese. “Intendo, secondo te?”. “La domanda ha una risposta molto semplice”. “Quale?”. L’orso alzò le spalle».

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