Giornalismo senza giornali. Per un’analisi cafonamente capitalista del mercato editoriale prossimo venturo

In un recente articolo Riccardo Luna profetizza l’avvento di un giornalismo in cui i giornali non esistono più e a pagare i singoli giornalisti sono direttamente i lettori. Il succo è: i giornali stanno per scomparire, il dubbio non è sul se ma sul quando; il giornalismo invece no – Luna non propugna il dominio assoluto del citizen journalism – nel senso che ci sarà sempre qualcuno specializzato nel “cercare notizie, verificare le fonti, riscrivere per un pubblico”; l’esempio che Luna cita, e che indica la strada, è quello di Claudia Vago alias @tigella, grande esperta e twittatrice di rivoluzioni arabe, che ha chiesto “alla rete” di finanziarle la partecipazione live a Occupy Chicago, e ha raggiunto la quota, in soli 10 giorni.

La prospettiva, e soprattutto la chiosa di Luna (“questo mestiere sta davvero cambiando in maniera radicale. E se facciamo i giornalisti dobbiamo sbrigarci a capirlo. Se invece siete solo lettori, beh, preparatevi a finanziare il reportage del vostro inviato preferito”) mi hanno messo una certa angoscia; ma non perché dubito delle capacità e dei meriti di Tigella, anzi la ammiro e un po’ la invidio. Non riuscendo a dare una forma razionale alle mie perplessità, me ne sono stato zitto. Ma quello che mi inquietava l’ho capito qualche giorno più tardi, leggendo un post di Loredana Lipperini. Si parla di due blogger pagate da una multinazionale per fare le inviate a Sanremo. La Lipperini giustamente s’incacchia, ma anche e soprattutto perché le due appartengono alla categoria delle mamme blogger, cioè “potenzialmente, una forza in grado di esercitare pressioni non indifferenti” e che invece sta finendo per diventare veicolo pubblicitario dei grandi gruppi.

Presa di per sé, è la solita storia delle forze rivoluzionarie che il sistema non combatte frontalmente ma neutralizza assorbendole, inglobandole: if you can’t beat ‘em feed ‘em, come dicono a Casapesenna. Ma accostata alla visione di Luna (e generalizzando: d’ora in poi non parliamo più di Tigella e delle due mommyblogger) disegna un modello perfettamente coerente di giornalismo futuro, e perfettamente parallelo all’organizzazione attuale. Oggi: i giornali mettono insieme tot articoli prodotti da singoli giornalisti, confezionano un prodotto unico, e da un lato lo vendono ai singoli lettori, dall’altro offrono spazi pubblicitari; due fonti di sostentamento, vendite e pubblicità, più o meno 50 e 50. Domani: i singoli giornalisti producono articoli che vendono ai singoli lettori, oppure producono articoli in contesti visibili sponsorizzati da qualche marchio, oppure un po’ e un po’; anche qui allora, due fonti di sostentamento, vendite e pubblicità, più o meno 50 e 50. Appunto: giornalismo senza giornali. Di qui la mia perplessità, a dirla tutta angoscia.

Dice ma scusa, qual è il problema? Se il modello futuro è la copia semplificata di quello attuale, vorrà dire che ci sono meno attori in scena, saltano gli intermediari, ma il meccanismo è lo stesso: non c’è da stracciarsi le vesti, la logica è quella. Secondo me no: secondo me è un modello non sostenibile, anche dando per scontati i postulati su cui si fonda il capitalismo, anzi proprio in base a quella ideologia economica. Facciamo finta per una volta di non aver nulla da dire sui principi neoliberisti, su legge di domanda/offerta, organizzazione aziendale e simili. Anzi, facciamoli nostri.

È un modello non sostenibile per i giornalisti, che verrebbero decimati più di quanto già sono. D’altra parte anche questo sarebbe naturale: come ha detto altrove lo stesso Luna, quando c’è un avanzamento tecnologico in un settore quel settore ha bisogno di meno personale e quindi espelle addetti. Ma come avverrebbe questa durissima selezione? In base al merito? Certo, l’autofinanziamento in rete premia le migliori idee. Ma chi se lo può permettere? Chi è già stranoto può lanciare una sottoscrizione online – ma anche offline se è per questo – ed essere sicuro del successo (allo stesso modo in cui Fabio Volo può permettersi di pubblicare il suo prossimo libro senza la mediazione di un editore tradizionale, mentre se lo faccio io vendo tre copie).

Dice ma il caso di Tigella (e mutatis mutandis quello di Amanda Hocking nell’editoria) stanno lì a dimostrare il contrario: che non devi essere per forza una star, puoi anche partire da zero, e diventare una webstar o una twitstar. Appunto, sempre di star si tratta: quanto replicabili sono questi casi? Possiamo portarli a esempio o non sono piuttosto ammirevoli eccezioni? Uno su mille ce la fa. Per cui, ci aspetta un giornalismo fatto da élite, da far rimpiangere l’epoca mitica dei grandi (e pochissimi) inviati di guerra. Oppure continuerà a scrivere un’altra tipologia di giornalisti: quelli che non hanno l’assillo della pagnotta, un giornalismo di facoltosi dilettanti, fatto da chi si può permettere di lavorare in perdita perché ricco di famiglia. Proprio un progresso, già.

Il tutto, considerando solo la prima forma di reddito, quella “pura” (vendita) e non la seconda (pubblicità). Al netto cioè degli scrupoli etici sul diventare o meno megafoni delle multinazionali. (Che poi, se una Monsanto vi finanziasse un liveblogging da Occupy Chicago o dalla notte degli Oscar, cosa che oggi neanche i giornali più grandi fanno, voi rifiutereste senza pensarci un attimo? Io non lo so, no).

Dice vabbe’, ma tu sei un giornalista e parli così perché hai paura di perdere il posto. A parte che l’ho già perso, il “posto”, non è questo il punto. Il punto è capire: come funziona un giornale? Perché esiste? Un giornale funziona come una specie di camera di compensazione, è uno stabilizzatore, in vari modi: sia orizzontale che verticale. Verticale: rispetto al lavoro quotidiano del giornalista. Se un giorno non porto a casa il pezzo – il che può accadere per una serie infinita di motivi: una fonte che non parla, un’inchiesta difficile che si conclude con un nulla di fatto, la celeb che intervisto che mi spacca il registratore e se lo mangia, la notizia che semplicemente non c’è – se non chiudo il pezzo non è che a fine mese quel giorno mi viene detratto dallo stipendio, e questo mi dà la serenità per mettermi a fare, domani, un’altra inchiesta e magari portarla a buon fine.

Orizzontale: rispetto all’organizzazione aziendale e alla vecchia cara divisione dei compiti. Un giornale è una macchina che sfrutta numerosi apporti, giornalistici e non giornalistici: cronisti desk opinionisti fotografi grafici ufficiostampa pubblicità marketing promozione segreteria. Fare a meno di questo soggetto intermediario vuol dire creare singoli giornalisti multifunzione, obbligarli ad attività che via via si fanno più lontane dal suo core business (oops, m’è scappato). Cosa ci perderemo pretendendo che tutti i giornalisti siano bravi a fare anche altro? Magari che ne so, Terzani o Bocca, cronisti superlativi, da p.r. imbranati avrebbero avuto difficoltà ad autopromuoversi online. Perché bisogna farlo. E affermare che basta mettere in rete un reportage esclusivo e strepitoso per diventare automaticamente degni di fama e stima, è talmente ingenuo che non possono sostenerlo in buona fede proprio quelli che si presentano come i più scafati sulle logiche del web.

Quindi: zero giornali, meno giornalisti, informazione più povera. Dice ma quando mai, il problema di oggi non è che c’è poca informazione, casomai troppa. Ammettiamo che sia vero, ammettiamo (ma quante cose stiamo ammettendo?) che la quantità di informazione e il valore di una testata che chiude siano rimpiazzati e sopravanzati dai 10 blog, 50 tumblr, 500 twitter account che si sono aperti nel frattempo. Il problema è proprio quello: la parcellizzazione, la polverizzazione dell’informazione.

È un modello non sostenibile anche, specialmente per i lettori (fruitori, utenti, pubblico, popolo, cittadini, gente). Certo la fruizione mediatica del giornale unico – soprattutto per come sono diventati i grandi gruppi editoriali attuali, che ti fidelizzano e ti danno tutto dal quotidiano al settimanale femminile al mensile alla collana di romanzi alla filosofia ai cd – è un po’ rigida, quasi stalinista: un unico contenitore che propone un pacchetto con una visione del mondo incorporata. Non la rimpiangeremo. Ma cosa sta per arrivare? Una frammentazione estrema: quanti possono seguirla? Chi può permettersi di stare tutto il giorno tra social network, siti e blog per comporsi da sé il puzzle del mondo? Una dieta mediatica fatta di decine di fonti, una ricerca affannosa e continua di notizie, approfondimenti, commenti, foto, video, barzellette. Certo non chi lavora: né chi lavora in strada, né chi lavora davanti a un pc e per tre minuti all’ora guarda di straforo facebook (se non è disabilitato dall’azienda). Ma neanche il giornalista, che se sta tutto il giorno ad assorbire i pezzi degli altri, quando produce i propri?

E non è solo una questione di tempo, o di buona volontà (pure richiesta in dosi massicce), ma anche di opportunità di base: chi per una serie di coincidenze si trova avvantaggiato, nell’abilità di navigare e nella conoscenza degli approdi, ne saprà sempre di più; chi è rimasto un po’ indietro sarà sempre più spaventato dalla mole di informazioni non filtrate, e facilmente lascerà perdere rimettendosi a giocare su Farmville. Ecco il vero digital divide. Non quello dell’hardware, tra chi ha la banda larga e chi i segnali di fumo. Ma quello del software, tra chi ha tempo/voglia/conoscenze per raccogliere le informazioni disperse nella rete, e chi no; tra chi (pochi) espande geometricamente la propria cultura e chi (tanti) la vede rimpicciolire sempre più, anzi non la vede, non se ne accorge.

Il discorso fatto fin qui per il giornalismo (senza giornali) vale cambiando i termini e adattando le situazioni per l’editoria (senza editori): anche lì sta succedendo la stessa cosa, l’intermediario si avvia a scomparire. Di questo, e non solo, ha scritto Christian Raimo in un pezzo il cui titolo questo mio post omaggia e plagia.

Tutto questo porta, per dirla con un’espressione retorica, a un deficit di democrazia. Minore informazione diffusa, minore cultura accessibile alle masse = maggiore controllo, maggiore manipolabilità. Ehi ma, a pensarci bene, non è proprio questo che vogliono? Mi correggo allora: per il sistema dominante il modello futuro non solo è sostenibile, ma è totalmente funzionale. Ideale.

Postilla contrita. Vi prego ditemi che sto sbagliando, ditemi dove. Io non sono pessimista e conservatore, penso che non ha senso cercare di fermare il flusso, meglio capire dove si dirige e incanalarlo. Bisogna pensare positivo. Bisogna essere assolutamente moderni. Questa frase mi gira in testa un sacco ultimamente. Essere assolutamente moderni. Francesco Piccolo ha detto che la sinistra contemporanea è retriva, si oppone guardacaso sempre a tutto ciò che è nuovo, è come sua zia, o come Jonathan Franzen che odia gli ebook; un pezzo che ha fatto scalpore con la sua tesi inaudita. Essere assolutamente moderni. Io voglio esserlo. Non sia mai che qualcuno pensi che sono come la zia di Piccolo, o peggio ancora come quel babbasone di Frenzen. Essere assolutamente moderni. Ma chi l’ha detto? Rimbaud, già. Ma io mi ricordavo un altro pezzo, di questa frase. Gira e rigira, l’ho trovato. È Milan Kundera, in un capitolo de L’immortalità: fa tutto un ragionamento partendo da Rimbaud. E alla fine tira la sua conclusione. Volete sapere qual è? Eccola. Essere assolutamente moderni significa essere gli spiritosi alleati dei propri becchini. Tie’.

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13 commenti on “Giornalismo senza giornali. Per un’analisi cafonamente capitalista del mercato editoriale prossimo venturo”

  1. ang ha detto:

    potrebbe anche succedere qualcosa della serie “E ora qualcosa di completamente diverso”, però, in line adi massima, ecco… “Minore informazione diffusa, minore cultura accessibile alle masse = maggiore controllo, maggiore manipolabilità. Ehi ma, a pensarci bene, non è proprio questo che vogliono? Mi correggo allora: per il sistema dominante il modello futuro non solo è sostenibile, ma è totalmente funzionale. Ideale”.

    • Dario De Marco ha detto:

      speriamo, ang, che succeda qualcosa di completamente diverso. mi sono reso conto solo dopo averlo scritto di essere stato tanto cupo e conservatore… a parte tutto qualcosa ci dobbiamo inventare, no? per campare, certo, ma anche perché… non eravamo quelli che volevano cambiare il mondo? ecco

  2. Giorgia ha detto:

    No, no. Non ci credo (e comunque mi spaventa a morte), e chi la racconterà “la giornata”, senza giornali? Una cosa, però, è certa: ci saranno sempre meno giornalisti, e l’informazione sarà sempre più replicata. Proprio come avviene oggi online, dove tutti i siti si copiano tra loro, ma la fonte è sempre una e una sola, e cioè un dispaccio di agenzia.
    Quanto ai blogger mi fido e non mi fido, mi piacciono e non mi piacciono. Non credo proprio che saranno il futuro il del giornalismo, a parte qualche caso da Pulitzer. Hai visto quanti ce ne sono in giro, già ora? No, Luna non mi ha convinto.

    • Dario De Marco ha detto:

      e manco a me, mi ha convinto, se no sto pezzo non lo scrivevo! giusto molto di quello che dici, il punto è provare a proporre un modello alternativo, rispetto a quello attuale che è in declino inarrestabile, e anche rispetto a quello lunare se non ci piace. il tutto contemporaneamente mantenendo la schiena dritta e portando a casa la pagnotta

  3. Emilia Antonia ha detto:

    Grazie infinite Dario, hai dato voce a tutti i miei pensieri, quelli che avevo censurato nell’attesa di capirci di più . Ero in fibrillazione da ricerca documentale, cercavo -e continuerò a farlo- argomenti che non tradissero scorciatoie emozionali. Avevo un titolo “IO NON STO CON TIGELLA” .Bene, grazie a te ora sto meglio. Sorrido felice, senza scorciatoie. E non ho speso una sterlina per finanziarti il pezzo!!!

    • Dario De Marco ha detto:

      ciao emilia antonia, e grazie. senza scorciatoie, “io non sto con tigella” mi pare esagerato: mica ce l’abbiamo con lei, no? tigella s’è ingegnata per andare a chicago, in particolare, e per vedere se funzionava, in generale. il problema non sorge se è una scelta, ma se il “sistema” (dio, ma quanto sono vetero-tutto?) ci impone questo modello come unica strada. e poi scusa, cosa vuol dire che non hai speso un fiorino per me? cioè, non sei corsa a comprare il libro? e allora io che l’ho aperto a fare sto blog? 🙂

  4. Marcello ha detto:

    Viva Ludd

  5. Alvise ha detto:

    Credo che questo pensiero arrivi sia a noi lettori che agli editori.. ma soprattutto ai prossimi giornalisti!!!
    -A noi lettori per poter stare in ” allerta” ( anche se, insomma, non si sta parlando di un’ imminente catastrofe – o forse si? – del prossimo giornalismo, per cui questo termine è un pò da prendere con le pinze) dal non assecondare troppo qualsiasi neosofista ( nel termine storico-filosofico) del ” bloggiornalismo” se si può inventare questo termine…

    -Agli editori per non fare l’ errore di preferire questi giornalisti tuttofare che, sotto sotto, sono una vera e propria minaccia anche per la carta stampata. Vorrei proprio vedere, infatti, in un utopico futuro, quante persone che oggi comprano i giornali in edicola, sarebbero disposte a ” telematicizzare” la propria lettura quotidiana… Le vendite e gli abbonamenti dimezzerebbero ( non me ne intendo di marketing aziendale, ma se già i giornali, si dice, vendono realtivamente poco, penso che il passaggio ad un marketing totalmente online comporterebbe una grossa ed ulteriore perdita di fruitori del servizio giornalistico)

    -Ai prossimi giornalisti perchè, oltre ai vari motivi intuibili in questo articolo, andrebbero contro la prima regola del giornalista, ovvero quella del ” documentarsi”. Spiego meglio: se è stato detto, giustamente, che non tutti avranno modo di leggere gli articoli online ( causa temporis) e soprattutto se ogni giornalista dovrà scrivere il più possibile per poter mantenere il numero di lettori abituali, i giornalisti stessi non avranno neanche più tempo per uscire di casa, parlare con la gente, discutere, raccogliere informazioni. Passeranno più tempo a scrivere e ” baroccare” i propri pezzi al computer, piuttosto che essere dei giornalisti attivi.

    Tutto questo per dire che sono pienamente d’ accordo con quanto scritto in questo articolo, nonostante sia speranzoso sul fatto che almeno i lettori, di qualsiasi testata, rivista, mensile, libri, volantini dei paninari e qualsiasi altro tipo di carta stampata, abbiano il buonsenso di non farsi abbindolare da quella che è solamente una moda scomoda e alla fin fine ignorante ( riferito esclusivamente alla moda in sè, non a chi ne fa uso, sia inteso).

    • Dario De Marco ha detto:

      grazie alvise per l’utilità che attribuisci a questa lettura e per aver detto la tua. mi tocca soprattutto il punto tre, direi: è chiarissimo che più si deve produrre a livello quantitativo e meno si produce a livello qualitativo; che se mi pagano 30 euro ad articolo (non è la cifra minima, di questi tempi) per apparare qualcosa di decente devo farne 30-40 al mese, e ammesso che sia possibile questo significa che non esco, non parlo col fruttivendolo, non mi capita davanti niente. la cosa strana è che sembrano capirlo più i lettori che i giornalisti stessi.
      quanto agli editori, mi sa che la scelta è tra vendere meno e vendere zero, ma insomma, per uscirne ci si aspetta un colpo d’ala anche da loro, no? se tutti ci dobbiamo inventare il modello di giornalismo futuro, che ognuno faccia la sua parte
      infine i lettori: fin troppo ovvio dire che è tutto in mano a loro, a voi. ma menomale. perché se scrivo non è per rileggermi e bearmi della mia bella prosa ma per essere letto, se pubblico è per rendere pubblico qualcosa che merita. sempre secondo me, vabbè

  6. Fabio ha detto:

    Ho letto anch’io i pezzo di Luna e ho letto anche un bel po’ di polemiche sulla vicenda Tigella.
    C’è un punto che non tocchi nell’articolo e riguarda la fonte di sostentamento “Stato” che regge attualmente il sistema dei giornali. Ogni volta che la questione viene la federazione della Stampa si affrettano a dire che senza il finanziamento pubblico (120 milioni di euro per il 2012 http://www.fanpage.it/fondi-per-l-editoria-il-governo-ci-ripensa-e-li-aumenta-a-120-milioni-di-euro/ ). Ora, bisogna ammettere che un sistema di informazione che si regge sui soldi pubblici è già pagato dagli utenti (almeno quelli che pagano le tasse). Il punto è che i cittadini pagano, ma chi distribuisce i soldi è qualcun altro le cui scelte non sempre sono condivisibili (dubito fortemente che i cittadini avrebbero elargito a “Cronaca più” quasi 4 milioni di euro – I dati non sono semplici da trovare, qui si trova una tabella ma contiene un link ai dati del 2008 http://ilblogpost.wordpress.com/2011/03/24/finanziamenti-pubblici-perche-dobbiamo-pagare-i-giornali-due-volte/ – qui invece il comunicato del governo relativo al 2009 http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2009/stampa.html ma mi sembra manchino i grandi gruppi editoriali).
    Siamo in un momento in cui il ruolo degli intermediatori tra chi produce attività intellettuale (musicisti, scrittori, giornalisti) e chi ne fruisce è messo in discussione. Sostanzialmente il punto è che editori e case discografiche sono visti, a torto o a ragione, dall’opinione pubblica quasi come dei parassiti del sistema, gente che lucra su un prodotto che non contribuisce a creare.
    Se una band realizza un gran pezzo pop e ha la possibilità di venderlo direttamente sul web, perché dovrebbe rivolgersi ad una casa discografica? E messa così, effettivamente, è dura trovare una risposta. Volendo si potrebbe anche azzardare un paragone con la crisi che stanno vivendo i partiti politici, ma forse andremmo troppo fuori tema.
    Restando all’editoria, capisco le tue perplessità, ma io la vedo più o meno come Luna, a meno che non ci sia una svolta da parte dell’editoria, che con un colpo di reni fa una virata decisa verso un sistema diverso in cui il ruolo dell’editore sia più marcato e renda al lettore un servizio tangibile per cui il lettore è disposto a pagare.
    Non c’entra molto, o forse c’entra, ma a margine del maxi risarcimento che la Fiat ha ottenuto da Formigli, pensavo a tutte le pubblicità mascherate da recensioni che i giornali propinano da anni a noi lettori. Quando lavoravo in un Comune in Toscana, ad esempio, ho scoperto che esiste proprio un tariffario per avere un articolo sulla stampa specializzata del turismo. Anche riviste prestigiose. Quanto dovremmo chiedere noi consumatori di risarcimento per tutte le informazioni incomplete e di parte che abbiamo letto in quegli articoli? E quello della qualità dell’informazione è un problema che l’editoria si deve porre o no?
    Se devo fare una previsione, quindi, dico che la strada sarà quella che sta seguendo il mondo musicale. Meno editori, meno giornali, più autoproduzione e autopromozione (non è per questo che si aprono blog come il tuo? A proposito: complimenti!!). Meno giornalisti? Forse sì, ma non lo so se è un male.

  7. Fabio ha detto:

    Ci sono un bel po’ di refusi sopra, ma vabbè… si capisce lo stesso 😉

  8. Alex ha detto:

    Quel che accade oggi è, a mio personalissimo parere, frutto di anni ed anni di disinformazione, spesso fatta proprio dai giornalisti, che nel corso del tempo sono diventati per lo più cacciatori del sensazionale, di tutto quello che possa fare clamore o destare quell’interesse audience based, piuttosto che suscitare l’interesse critico che l’informazione, quella vera, dovrebbe fare.
    Cambiano i modi di fare informazione, ma lo scopo è sempre lo stesso ed esso non è quello per il quale il giornalismo esiste.
    Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi fruibile al grande pubblico, quello che arriva è una vaga rappresentazione dei fatti. Nella cronaca come nel presunto giornalismo specialistico, quel che giunge al lettore è spesso, non solo una personalissima interpretazione ( e fin qui ci può anche stare Cesare docet), ma più spesso una versione rimaneggiata del reale fatto o contesto che sia!

    I tempi cambiano dunque ed il cambiamento è cominciato 40 anni or sono, quando qualcuno si è accorto dell’enormre potere che l’informazione e quindi i media che la fanno, ha sulla massa. quasi fosse una legge matematica…

    Proprio pensando a queste cose, per lungo tempo ho giochicchiato saltando da teorie basate sui “six degree of separation” di Albert-László Barabási, una delle menti più illuminate di questo fine secolo, a teorie basate sui banali schemi matematici della reazione conseguente ad un input ed al suo effetto dipendente dall’osservatore.
    Alla fine, senza andar troppo per il sottile, il tutto sembra rispondere ad una banale equazione: Cm = Pi x Ti dove Cm è il comportamento della massa, ed è il risultato del Potere dell’informazione (leggasi intensità psicologica dell’informazione, ovvero immagini d’impatto, frasi di struggente componente emotiva and so on) moltiplicato il Tempo di informazione (leggasi il numero di volte in cui si ha il passaggio dell’informazione attraverso i media, siano essi stampati o audiovisivi). A supporto di talel equazione ci sono esempi recenti davvero notevoli che testimoniano il potere che si può avere sulle masse parlando sempre e con la stessa forza di taluni argomenti.

    Quello che oggi sembrava poter dare un cambiamento era proprio la nascita di un giornalismo che fosse basato su un network sociale, non di chiacchiere, ma di oggettivi fatti.
    Ovviamente visto il grande potere del nuovo strumento, la stessa casta o gruppo di individui che hanno saputo usare la comunicazione negli ultimi 40 anni, cerca di prendere il controllo di questo acerbo nuovo mondo, per direzionarne il flusso e la crescita ed assicurarsi infine un potere ancora più grande.
    Quelle poche voci, come la tua o quella di pochi altri, che vorrebbereo un giornalismo vero, si perdono nello schiamazzo di ciarle che hanno l’unica finalità di assicurare il NULLA, accompagnato da un momentaneo e parziale controllo della massa che tuttavia è funzionale a quel che serve a taluni.


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