Jennifer Egan, un Pulitzer a Napoli

(Pezzo uscito ieri sul Mattino, qui in versione integrale)

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, minimum fax 2011, pag. 350, euro 18

C’è un piccolo pezzo di Napoli nel grande romanzo americano di questi anni. Il romanzo si chiama Il tempo è un bastardo, è valso a Jennifer Egan il premio Pulitzer 2011 per la narrativa, e a vari mesi dall’uscita italiana (editore minimum fax) sta facendo ancora parlare di sé: qualche giorno fa lo scrittore Sandro Veronesi lo sosteneva pubblicamente su Twitter (“Lo dico ancora: è un grandissimo romanzo. Leggetelo. Io non ci guadagno niente”); l’autrice sarà in Italia dall”8 all’11 marzo. Il pezzo di Napoli è in un capitolo completamente ambientato tra le rovine di Pompei, i panorami del Vomero e soprattutto il misterioso buio dei vicoli: è la Napoli di fine anni ’80 – ma tanto simile a quella attuale, come se finito il “rinascimento” fossimo tornati al punto di partenza – con un centro storico degradato e poco ospitale, percorso da “giovani sfaccendati, non pulitissimi e vagamente minacciosi che gironzolavano per quella città in cui la disoccupazione era al 33%, membri di una generazione defraudata che si aggiravano intorno ai palazzi decrepiti dove i loro antenati quattrocenteschi avevano vissuto nello sfarzo, che si bucavano sui gradini di chiese nelle cui cripte quegli stessi antenati ora giacevano, in minuscole bare accatastate come legna da ardere”.

Questo passaggio partenopeo è tanto più notevole nell’economia del libro in quanto rappresenta un’eccezione: l’azione si svolge quasi tutta tra la California e New York. Dal punto di vista dello spazio Il tempo è un bastardo è abbastanza monotematico, mentre funambolico e spettacolare è il modo in cui è trattato, manco a dirlo, il tempo (a proposito, una volta tanto la scelta di cambiare titolo nella traduzione si dimostra azzeccatissima, e anzi meglio dell’originale A visit from the goon squad – la squadraccia). “Il tempo è un bastardo” è una frase che dice uno dei tanti personaggi sconfitti, quando dopo vent’anni si guarda indietro e si chiede quando esattamente ha perso il controllo e la sua vita è diventata solo una serie di reazioni a catena che l’hanno portato al fallimento. Ma più che altro, a essere bastarda col tempo, a confondere gli anni, o meglio i lettori, è stata Jennifer Egan: il romanzo infatti si presenta più come una serie di episodi, in cui ricorrono gli stessi personaggi (in certi capitoli protagonisti, in altri marginali, e viceversa), e soprattutto che sono sparsi a macchia di leopardo nel corso degli anni; il primo episodio è quasi contemporaneo, il secondo è del 2006, il terzo degli anni ’70, il quarto a cavallo degli ’80…

Ma sempre negli States, tranne due casi: un safari in Africa e, appunto, una fuga a Napoli. L’accostamento farebbe pensare a una visione esotica della nostra città, a un’accozzaglia di luoghi comuni. Tanto più che la Egan non appartiene al filone degli oriundi, i nipoti di emigranti che scrivono di Italia per ritrovare le radici, come John Fante o più recentemente Salvatore Scibona. Lei stessa confessa: “Sono stata a Napoli con mio marito in vacanza per una settimana circa. È insolito per me collocare una storia in un posto dove mi sono fermata per così poco, ma pensai che sarebbe stato possibile mentre ero ancora lì: Napoli era così grandiosamente moribonda, e il contrasto tra l’antico splendore e l’attuale degrado così acuto”. Ecco allora, sembra proprio il filone turistico, l’ammeregana che viene qualche giorno e se ne torna piena di stereotipi: i napoletani “che sembravano tutti grassi” e si facevano il bagno nell’acqua sozza di via Partenope, “l’onnipresente pallone”, i giovani vomeresi tutti in Vespa. (Eppure, non sono proprio i violenti contrasti che tutti noi amiamo e odiamo in questa città?)

Alla fine, però, tutti i pregiudizi sono ribaltati proprio dalla trama. Perché quella che sfila il portafoglio dalla tasca del turista è proprio l’americanissima protagonista dell’episodio. E il ricettatore a cui lo va a vendere? Si chiama Lars, è svedese.

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2 commenti on “Jennifer Egan, un Pulitzer a Napoli”

  1. Valentona ha detto:

    ggesu’ ho letto il libro e ho rimosso la parte napoletana, forse devo rileggerlo…ma tutto cio’ accadeva solo a natale! cmq me ne e’ rimasta una bella sensazione, bella recensione, soprattutto viva lars, ricettattore nordico.

    • Dario De Marco ha detto:

      certo il passaggio a napoli è stato un po’ rimosso dalle varie recensioni, schiacciato tra il capitolo exotic in africa e soprattutto dalle 70 pagine in power point di cui si è parlato anche troppo (e che io da bravo snob non ho citato neanche indirettamente, me ne accorgo solo ora!). comunque grazie, hasta lars siempre


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