Sherlock Holmes, una vita per il cinema

(versione integrale dell’articolo apparso sul Mattino di Napoli il 12 dicembre 2011)

Sherlock-Holmes--Tutti-i-raccontiPrima o poi, che diamine, dovrà pur passare questa moda del noir, che ora sembra l’unico genere degno di essere venduto e letto. Anzi, del noir scandinavo, termine di paragone assoluto da cui discendono slogan involontariamente comici tipo “lo Stieg Larsson italiano” o “la Stieg Larsson donna”. Sembra un po’ come per il legal thriller negli anni ’90, con le sue mitragliate di titoli tutti uguali, Presunto innocente, Colpevole d’innocenza, L’appello, La giuria, L’avvocato di strada, L’ultima sentenza, Il testimone che avrebbe potuto fare il giudice a latere e invece fu condannato.

Menomale che ogni tanto ritorna un classico giallo: Sherlock Holmes. Classico nella definizione, non meno vera che abusata, che ne diede Calvino, di libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E giallo, be’, Arthur Conan Doyle è pacificamente riconosciuto come il papà del genere (dove Edgar Allan Poe, chiaro, è il nonno, come pure è progenitore dell’horror e di tante, forse troppe, altre cose). Einaudi, questa la novità, manda in libreria il volume Tutti i racconti: e per carità, novità vere e proprie non ce ne sono, non ci stanno inediti o sensazionali nuove traduzioni, ma non ci stanno manco fronzoli, dotte prefazioni o accurate note finali. Né più né meno di quel che si promette, e di questi tempi è una rarità: tutti i racconti, un tomazzo di 1353 pagine, vivaddio stampate con caratteri leggibili, a un prezzo da libro normale, 19 euro. Tutti i racconti, cioè le cinque raccolte di short stories pubblicate tra il 1892 e il 1927, che insieme ai quattro romanzi costituiscono il corpus completo degli scritti su Holmes, dai fissati pomposamente battezzato Canone.

In effetti, anche se l’esordio di Uno studio in rosso resta fulminante e le atmosfere della brughiera nel Mastino dei Baskerville te la fanno sempre fare addosso, è nella quotidianità dei racconti che si trova l’essenza dell’investigatore. Si trova il giallo ma anche il non giallo, perché non solo a volte manca il morto ucciso, e l’ammazzatina non è neppure minacciata, ma addirittura in certi casi non c’è neppure reato: come nell’iniziale Uno scandalo in Boemia, dove tra l’altro Sherlock incrocia l’unica donna della sua vita che abbia non si dice amato, ma intellettualmente ammirato. Nei racconti si trova il guizzo, quell’uso bruciante e spietato (a proposito, Conan Doyle raccontava di aver pensato molto a come chiamare il personaggio, e di aver scelto un nome “breve e secco come una fucilata”) della logica deduttiva che a volte porta alla soluzione del mistero prima ancora che il cliente l’abbia finito di esporre. E si trova la nonchalance, quella fastidiosa spocchia che gli fa dire: “Questa pipa non offre indizi molto evidenti. Il suo proprietario è un uomo muscoloso, mancino, dotato di un’ottima dentatura, di abitudini disordinate e che non ha alcun bisogno di fare economia”. Insomma se, com’è risaputo, non ha mai detto “Elementare, Watson”, sicuramente l’ha pensato.

gioco di ombreNella quotidianità Holmes rivela le sue contraddizioni. Un superuomo, per doti mentali e fisiche, e per altri versi troppo umano: non solo perché si spara la cocaina in vena, ma anche perché senza problemi ogni tanto emerge qualche caso irrisolto, qualche sconfitta (La faccia gialla). E poi, è un santino del passato (non a caso si sono usati i termini Classico, Canone), ma è anche ultramoderno: la reazione dei fan quando lo scrittore tentò di far morire il personaggio, anticipa di un secolo le ragazzine che si stracciano le vesti allo scioglimento dei Take That, o la protagonista del libro di Stephen King Misery non deve morire. Conan Doyle fu messo in croce finché non resuscitò il detective: ma perché Conan Doyle odiava la sua creatura, che lo aveva anche reso ricco e noto? Elementare, come lo stesso scrittore ebbe a confessare: perché era più famosa di lui. E in effetti: oltre al titolo di baronetto, che lo accomuna peraltro alla gente più disparata dai Beatles al patron della Virgin, che cosa si sa di Sir Arthur? Qualcuno ricorda il suo romanzo di fantascienza Il mondo perduto, a cui si è ispirato almeno un po’ l’omonimo crichtoniano sequel di Jurassic park? Qualcuno serba memoria della sua smania senile per lo spiritismo (e forse qui l’oblio fu pietoso), agli antipodi del razionalismo puro di Holmes?

Ma è ovvio, immortale può essere solo chi non è mai esistito. Sherlock è dappertutto: in videogiochi e librogame, nei siti adoranti (Uno studio in Holmes) e nelle parodie a fumetti (l’imbranatissimo Ser Lock di Topolino). E ovviamente nei film, fedeli o apocrifi: l’ultimo si chiama Gioco di ombre e lo firma Guy Ritchie (sì, l’ex di Madonna). Anche se i veri omaggi sono i riferimenti sparsi ovunque: dal noto Guglielmo da Baskerville nel Nome della rosa, alle continue citazioni e parallelismi del suo più autentico erede, il Dr. House. Per cui insomma, mentre celebriamo il nuovo ritorno di Sherlock Holmes, ci rendiamo conto che è una fesseria, che non può tornare, perché non se n’è mai andato.

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2 commenti on “Sherlock Holmes, una vita per il cinema”

  1. Sabato è uscito un pezzo sul Foglio, dove davano conto di un libro uscito in Francia, intitolato “Enigmes et complots: un enquete à propos d’enquetes” (Gallimard). L’autore è Luc Boltanski.
    Si tratta di un’indagine sul genere giallo. Non so quanto sia una semplificazione, ma al Foglio lo titolavano puntando sulle differenze Sherlock Holmes-Maigret, e andando sulla classifica divisione: chi era di destra, chi era di sinistra.
    Ecco, con questo commento volevo solo spararmi una posa.


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